Attacchi di panico: cosa sono, cosa fare mentre arrivano e quando chiedere aiuto
Il cuore che batte all'impazzata, il fiato che manca, la paura di morire o di impazzire. Perché un attacco di panico cresce così in fretta, perché poi passa, cosa aiuta mentre succede e quando è il momento di farsi aiutare.
«Ero in fila al supermercato e all'improvviso il cuore ha cominciato a battere fortissimo. Mi mancava l'aria, mi girava la testa, ero sicura di avere un infarto. Ho lasciato il carrello e sono scappata fuori.» Racconti così li sento spesso, quasi sempre con le stesse parole. E quasi sempre arrivano dopo una corsa al pronto soccorso, dove gli esami erano tutti a posto.
Se vi è successo qualcosa di simile, la prima cosa da sapere è che non siete soli. Si stima che più di una persona su cinque abbia almeno un attacco di panico nel corso della vita. La seconda è che, per quanto sia terrificante, un attacco di panico non è pericoloso. E la terza è che si può imparare a gestirlo, e a farlo tornare molto più di rado.

Che cos'è un attacco di panico
Un attacco di panico è un'ondata improvvisa di paura molto intensa, che arriva al massimo nel giro di pochi minuti. Il corpo reagisce come se ci fosse un pericolo grave e immediato, anche se intorno non sta succedendo niente di pericoloso.
I segnali più comuni sono:
- cuore che batte forte o accelera, a volte con la sensazione di «battiti mancati»
- fiato corto, sensazione di soffocare o di non riuscire a fare un respiro profondo
- dolore o oppressione al petto
- vertigini, testa leggera, sensazione di svenire
- sudore, tremori, vampate di caldo o brividi di freddo
- formicolii a mani, piedi o intorno alla bocca
- nausea o mal di pancia
- sensazione di irrealtà, come se il mondo o se stessi fossero lontani o finti
- paura di perdere il controllo, di impazzire o di morire
Non servono tutti. Ma quando ne arrivano diversi insieme, all'improvviso, è facile capire perché tante persone pensino a un infarto o a qualcosa di grave.
Perché cresce così in fretta
Il panico è un allarme che scatta nel momento sbagliato. È lo stesso sistema che ci farebbe scappare davanti a un'auto che arriva a tutta velocità: adrenalina, cuore che pompa, respiro rapido, muscoli pronti. Un sistema utilissimo, solo che qui parte senza un vero pericolo.
E poi si alimenta da solo. Succede più o meno così:
- Una sensazione del corpo. Il cuore accelera un po', magari per il caldo, un caffè di troppo, la stanchezza o una giornata stressante.
- Un pensiero. La mente la legge come un segnale di pericolo: «sto per avere un infarto», «sto per svenire», «sto impazzendo».
- Più paura. Quel pensiero fa scattare l'allarme.
- Sintomi più forti. L'allarme accelera ancora il cuore e il respiro, e i sintomi più forti sembrano confermare il pensiero di prima.
E il giro ricomincia, sempre più veloce. È quello che gli psicologi chiamano il «circolo vizioso» del panico, e capirlo è già una buona parte della cura.
Perché poi passa
C'è una cosa che durante un attacco sembra impossibile da credere: passa. L'allarme del corpo non può restare al massimo a lungo. Di solito il picco arriva entro una decina di minuti e poi la curva scende, anche se non si fa niente di speciale. Può rimanere stanchezza, agitazione, un po' di tremore, a volte per un'ora o due. Ma l'ondata vera e propria si esaurisce.
Ve lo dico perché molte persone, durante un attacco, sono convinte che andrà sempre peggio fino a una catastrofe. Sapere che ha un inizio, un picco e una fine aiuta a non spaventarsi della paura.
Cosa fare mentre succede
Non esiste un trucco che lo spegne all'istante. Ci sono però alcune cose che aiutano a non alimentarlo:
- Dategli un nome. Ditevi, anche a voce bassa: «è un attacco di panico, è spiacevole ma non è pericoloso, tra qualche minuto passa». Sembra poco, ma interrompe il pensiero catastrofico che tiene acceso il circolo.
- Rallentate il respiro. Non serve respirare profondamente, anzi, grandi respiri veloci peggiorano le vertigini. Meglio respirare piano, dal naso, e soprattutto buttare fuori l'aria più a lungo di quanto la prendete. Per esempio dentro contando fino a quattro e fuori contando fino a sei.
- Restate dove siete, se potete. Lo so, la voglia di scappare è fortissima. Ma ogni volta che si scappa il cervello impara che quel posto era davvero pericoloso, e la volta dopo l'allarme scatta prima. Restare, anche solo qualche minuto in più, gli insegna il contrario.
- Tornate al presente. Guardate cinque cose intorno a voi e descrivetele, toccate un oggetto e sentitene la consistenza, appoggiate bene i piedi a terra. Aiuta a spostare l'attenzione dalle sensazioni del corpo a quello che c'è fuori.
- Lasciate che le sensazioni ci siano. È la cosa più difficile e la più utile. Più si combattono i sintomi, più si guardano con paura, più crescono. Lasciarli arrivare e passare, come un'onda, li fa calare prima.
Una cosa da evitare: il famoso sacchetto di carta in cui respirare. Si vede nei film, ma oggi non è consigliato e in certe situazioni può essere rischioso.
E la prima volta?
La prima volta, e ogni volta che i sintomi sono diversi dal solito, è giusto farsi vedere da un medico. Alcuni disturbi fisici, per esempio problemi al cuore, alla tiroide o al respiro, possono dare sensazioni simili, ed è importante escluderli.
Se avete un dolore al petto forte o che non passa, soprattutto se avete più di quarant'anni o altri fattori di rischio, chiamate subito il 112. Meglio un controllo in più che uno in meno.
Una volta escluse altre cause, però, continuare a fare esami a ogni attacco di solito non aiuta. Rassicura per qualche giorno, poi il dubbio torna, e intanto la paura cresce.
Quando diventa un disturbo di panico
Avere un attacco di panico non vuol dire avere un disturbo. Molte persone ne hanno uno o due nella vita, in periodi particolarmente stressanti, e poi basta.
Si parla di disturbo di panico quando gli attacchi arrivano più volte, all'improvviso, e per almeno un mese si vive con la paura costante che tornino, oppure si cambia la propria vita per evitarli. È la «paura della paura»: si controlla di continuo il battito, si evitano il caffè, lo sport, le salite, tutto quello che fa accelerare il cuore.
A volte il disturbo si accompagna all'agorafobia, cioè alla paura dei posti da cui sarebbe difficile uscire o ricevere aiuto se arrivasse un attacco: i mezzi pubblici, l'autostrada, i supermercati, i cinema, le code. Piano piano la vita si restringe. Si esce solo accompagnati, si prendono solo certe strade, si rinuncia a viaggiare.
Come stare vicino a chi ha un attacco
Se siete accanto a qualcuno che sta avendo un attacco di panico:
- restate calmi e vicini, anche senza dire molto
- parlate con frasi brevi e tranquille: «sono qui», «è un attacco di panico, passa»
- respirate piano insieme a lui o a lei, così che possa seguire il vostro ritmo
- non dite «calmati» o «non è niente»: per chi lo vive non è affatto niente
- non insistete per farlo scappare dal posto in cui si trova, ma non trattenetelo nemmeno a forza
E dopo, quando è passato, chiedetegli cosa lo ha aiutato. La volta successiva saprete cosa fare.
Quando chiedere aiuto
Vale la pena parlare con uno psicologo se:
- gli attacchi si ripetono
- passate molto tempo a temere il prossimo
- avete cominciato a evitare posti, situazioni o attività per paura che arrivi un attacco
- usate alcol, farmaci o altre sostanze per tenere a bada l'ansia
- il panico sta limitando il lavoro, lo studio, le relazioni o la libertà di muovervi
La buona notizia è che il disturbo di panico è tra i disturbi d'ansia che rispondono meglio alla cura. La psicoterapia, in particolare quella cognitivo-comportamentale, ha moltissimi studi alle spalle. In genere aiuta a capire il proprio circolo del panico, a cambiare il modo di leggere le sensazioni del corpo e a tornare un passo alla volta nei posti che si erano lasciati, in modo graduale e senza forzature. In alcuni casi lo psichiatra può affiancare una terapia farmacologica.
Un'ultima cosa
Chi ha attacchi di panico spesso se ne vergogna, e si sente dire che è «solo ansia», o che deve «tirarsi su». In realtà quello che si prova è reale e molto intenso, e non dipende da debolezza o da mancanza di volontà. Chiedere aiuto non vuol dire essere deboli. Vuol dire scegliere di non lasciare che sia il panico a decidere dove si può andare.
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Le guide hanno scopo informativo e non sostituiscono il parere di un professionista. In caso di emergenza chiama il 112.