Attacchi di panico

Attacchi di panico: cosa sono, cosa fare mentre arrivano e quando chiedere aiuto

Il cuore che batte all'impazzata, il fiato che manca, la paura di morire o di impazzire. Perché un attacco di panico cresce così in fretta, perché poi passa, cosa aiuta mentre succede e quando è il momento di farsi aiutare.

7 min di lettura · aggiornata il 30 ottobre 2026

«Ero in fila al supermercato e all'improvviso il cuore ha cominciato a battere fortissimo. Mi mancava l'aria, mi girava la testa, ero sicura di avere un infarto. Ho lasciato il carrello e sono scappata fuori.» Racconti così li sento spesso, quasi sempre con le stesse parole. E quasi sempre arrivano dopo una corsa al pronto soccorso, dove gli esami erano tutti a posto.

Se vi è successo qualcosa di simile, la prima cosa da sapere è che non siete soli. Si stima che più di una persona su cinque abbia almeno un attacco di panico nel corso della vita. La seconda è che, per quanto sia terrificante, un attacco di panico non è pericoloso. E la terza è che si può imparare a gestirlo, e a farlo tornare molto più di rado.

Infografica: il circolo vizioso del panico, in cui una sensazione del corpo viene letta come un pericolo, la paura aumenta i sintomi e i sintomi aumentano la paura. Accanto, la curva di un attacco, che arriva al picco in pochi minuti e poi scende da sola
Il circolo vizioso del panico, secondo il modello cognitivo di D. M. Clark, e l'andamento tipico di un attacco.

Che cos'è un attacco di panico

Un attacco di panico è un'ondata improvvisa di paura molto intensa, che arriva al massimo nel giro di pochi minuti. Il corpo reagisce come se ci fosse un pericolo grave e immediato, anche se intorno non sta succedendo niente di pericoloso.

I segnali più comuni sono:

  • cuore che batte forte o accelera, a volte con la sensazione di «battiti mancati»
  • fiato corto, sensazione di soffocare o di non riuscire a fare un respiro profondo
  • dolore o oppressione al petto
  • vertigini, testa leggera, sensazione di svenire
  • sudore, tremori, vampate di caldo o brividi di freddo
  • formicolii a mani, piedi o intorno alla bocca
  • nausea o mal di pancia
  • sensazione di irrealtà, come se il mondo o se stessi fossero lontani o finti
  • paura di perdere il controllo, di impazzire o di morire

Non servono tutti. Ma quando ne arrivano diversi insieme, all'improvviso, è facile capire perché tante persone pensino a un infarto o a qualcosa di grave.

Perché cresce così in fretta

Il panico è un allarme che scatta nel momento sbagliato. È lo stesso sistema che ci farebbe scappare davanti a un'auto che arriva a tutta velocità: adrenalina, cuore che pompa, respiro rapido, muscoli pronti. Un sistema utilissimo, solo che qui parte senza un vero pericolo.

E poi si alimenta da solo. Succede più o meno così:

  1. Una sensazione del corpo. Il cuore accelera un po', magari per il caldo, un caffè di troppo, la stanchezza o una giornata stressante.
  2. Un pensiero. La mente la legge come un segnale di pericolo: «sto per avere un infarto», «sto per svenire», «sto impazzendo».
  3. Più paura. Quel pensiero fa scattare l'allarme.
  4. Sintomi più forti. L'allarme accelera ancora il cuore e il respiro, e i sintomi più forti sembrano confermare il pensiero di prima.

E il giro ricomincia, sempre più veloce. È quello che gli psicologi chiamano il «circolo vizioso» del panico, e capirlo è già una buona parte della cura.

Perché poi passa

C'è una cosa che durante un attacco sembra impossibile da credere: passa. L'allarme del corpo non può restare al massimo a lungo. Di solito il picco arriva entro una decina di minuti e poi la curva scende, anche se non si fa niente di speciale. Può rimanere stanchezza, agitazione, un po' di tremore, a volte per un'ora o due. Ma l'ondata vera e propria si esaurisce.

Ve lo dico perché molte persone, durante un attacco, sono convinte che andrà sempre peggio fino a una catastrofe. Sapere che ha un inizio, un picco e una fine aiuta a non spaventarsi della paura.

Cosa fare mentre succede

Non esiste un trucco che lo spegne all'istante. Ci sono però alcune cose che aiutano a non alimentarlo:

  1. Dategli un nome. Ditevi, anche a voce bassa: «è un attacco di panico, è spiacevole ma non è pericoloso, tra qualche minuto passa». Sembra poco, ma interrompe il pensiero catastrofico che tiene acceso il circolo.
  2. Rallentate il respiro. Non serve respirare profondamente, anzi, grandi respiri veloci peggiorano le vertigini. Meglio respirare piano, dal naso, e soprattutto buttare fuori l'aria più a lungo di quanto la prendete. Per esempio dentro contando fino a quattro e fuori contando fino a sei.
  3. Restate dove siete, se potete. Lo so, la voglia di scappare è fortissima. Ma ogni volta che si scappa il cervello impara che quel posto era davvero pericoloso, e la volta dopo l'allarme scatta prima. Restare, anche solo qualche minuto in più, gli insegna il contrario.
  4. Tornate al presente. Guardate cinque cose intorno a voi e descrivetele, toccate un oggetto e sentitene la consistenza, appoggiate bene i piedi a terra. Aiuta a spostare l'attenzione dalle sensazioni del corpo a quello che c'è fuori.
  5. Lasciate che le sensazioni ci siano. È la cosa più difficile e la più utile. Più si combattono i sintomi, più si guardano con paura, più crescono. Lasciarli arrivare e passare, come un'onda, li fa calare prima.

Una cosa da evitare: il famoso sacchetto di carta in cui respirare. Si vede nei film, ma oggi non è consigliato e in certe situazioni può essere rischioso.

E la prima volta?

La prima volta, e ogni volta che i sintomi sono diversi dal solito, è giusto farsi vedere da un medico. Alcuni disturbi fisici, per esempio problemi al cuore, alla tiroide o al respiro, possono dare sensazioni simili, ed è importante escluderli.

Se avete un dolore al petto forte o che non passa, soprattutto se avete più di quarant'anni o altri fattori di rischio, chiamate subito il 112. Meglio un controllo in più che uno in meno.

Una volta escluse altre cause, però, continuare a fare esami a ogni attacco di solito non aiuta. Rassicura per qualche giorno, poi il dubbio torna, e intanto la paura cresce.

Quando diventa un disturbo di panico

Avere un attacco di panico non vuol dire avere un disturbo. Molte persone ne hanno uno o due nella vita, in periodi particolarmente stressanti, e poi basta.

Si parla di disturbo di panico quando gli attacchi arrivano più volte, all'improvviso, e per almeno un mese si vive con la paura costante che tornino, oppure si cambia la propria vita per evitarli. È la «paura della paura»: si controlla di continuo il battito, si evitano il caffè, lo sport, le salite, tutto quello che fa accelerare il cuore.

A volte il disturbo si accompagna all'agorafobia, cioè alla paura dei posti da cui sarebbe difficile uscire o ricevere aiuto se arrivasse un attacco: i mezzi pubblici, l'autostrada, i supermercati, i cinema, le code. Piano piano la vita si restringe. Si esce solo accompagnati, si prendono solo certe strade, si rinuncia a viaggiare.

Come stare vicino a chi ha un attacco

Se siete accanto a qualcuno che sta avendo un attacco di panico:

  • restate calmi e vicini, anche senza dire molto
  • parlate con frasi brevi e tranquille: «sono qui», «è un attacco di panico, passa»
  • respirate piano insieme a lui o a lei, così che possa seguire il vostro ritmo
  • non dite «calmati» o «non è niente»: per chi lo vive non è affatto niente
  • non insistete per farlo scappare dal posto in cui si trova, ma non trattenetelo nemmeno a forza

E dopo, quando è passato, chiedetegli cosa lo ha aiutato. La volta successiva saprete cosa fare.

Quando chiedere aiuto

Vale la pena parlare con uno psicologo se:

  • gli attacchi si ripetono
  • passate molto tempo a temere il prossimo
  • avete cominciato a evitare posti, situazioni o attività per paura che arrivi un attacco
  • usate alcol, farmaci o altre sostanze per tenere a bada l'ansia
  • il panico sta limitando il lavoro, lo studio, le relazioni o la libertà di muovervi

La buona notizia è che il disturbo di panico è tra i disturbi d'ansia che rispondono meglio alla cura. La psicoterapia, in particolare quella cognitivo-comportamentale, ha moltissimi studi alle spalle. In genere aiuta a capire il proprio circolo del panico, a cambiare il modo di leggere le sensazioni del corpo e a tornare un passo alla volta nei posti che si erano lasciati, in modo graduale e senza forzature. In alcuni casi lo psichiatra può affiancare una terapia farmacologica.

Un'ultima cosa

Chi ha attacchi di panico spesso se ne vergogna, e si sente dire che è «solo ansia», o che deve «tirarsi su». In realtà quello che si prova è reale e molto intenso, e non dipende da debolezza o da mancanza di volontà. Chiedere aiuto non vuol dire essere deboli. Vuol dire scegliere di non lasciare che sia il panico a decidere dove si può andare.

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